La gestione italiana del COVID-19 che il resto del mondo vuole seguire

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La gestione italiana del COVID-19 che il resto del mondo vuole seguire

25 agosto 2020

di Dr. Gabriele Abbondanza*

 

La pandemia da COVID-19 è stata ed è tuttora al centro delle maggiori discussioni nazionali ed internazionali, per una serie di ragioni del tutto evidenti. Riconosciuto ufficialmente nel dicembre dello scorso anno in Cina, in poco più di otto mesi il virus SARS-CoV-2 ha infettato più di 23 milioni di persone, e portato al decesso di oltre 800.000 di esse.  L’infezione è subdola a causa della sua sintomatologia inizialmente simile a quella delle comuni influenze, ma anche a causa della sua capacità di infettare le persone più rapidamente di queste ultime.

È in tale contesto che l’Italia si è ritrovata ad essere uno dei primi Paesi colpiti al di fuori dell’Asia, ed il primo Paese occidentale ad affrontare una situazione di grave emergenza. I molti contatti delle aziende italiane con cittadini stranieri all’epoca ignari di aver contratto l’infezione, la scarsa conoscenza che si aveva della malattia nei primissimi mesi del 2020, e la conseguente assenza di protocolli affidabili da seguire – inclusa la differente gestione dell’epidemia da parte delle diverse Regioni italiane – hanno fatto sì che l’Italia diventasse per un breve periodo l’epicentro del COVID-19 tra i Paesi occidentali. Il risultato è purtroppo sotto gli occhi di tutti: oltre 260.000 casi confermati e più di 35.000 decessi. Durante il picco del contagio, verso la fine di marzo, in Italia si registravano quasi 1.000 decessi al giorno mentre medici e infermieri combattevano con le terapie intensive piene e gli ospedali intasati. Sia la politica che la magistratura sono all’opera per capire a fondo dove e quando siano stati commessi degli errori, e chi possa avere una responsabilità diretta.

Il picco del contagio è tuttavia alle spalle, e il dramma dei mesi scorsi è una cicatrice indelebile che deve mostrarci la via da seguire d’ora in avanti. L’Italia è infatti riuscita a controllare l’epidemia, ad “appiattire la curva” dei contagi, a quasi annullare il numero di decessi quotidiani, e a ridare speranza non sono agli Italiani, ma anche a tutti quei Paesi che sono ancora nel pieno del contagio. L’economia sta gradualmente ripartendo, il turismo estivo non ha dovuto cestinare un intero anno, gli Italiani stanno tornando a vivere con cautela e attenzione alle misure anti-contagio, e le strutture ospedaliere sono molto più preparate a gestire i nuovi casi che arriveranno in questi mesi. Tutto questo è stato ottenuto con sforzi difficilmente descrivibili, e con una disciplina nel rispettare il severo contenimento (il “lock down”) che ha stupito e catturato l’attenzione di osservatori di tutto il mondo.

Il primo che non solo ha spezzato una lancia in favore dell’Italia, ma ha esplicitamente auspicato di seguirne l’esempio è il Prof. Paul Krugman, Premio Nobel per l’economia ed economista di fama internazionale. In un suo editoriale del 23 luglio scorso, si chiedeva perché “l’America di Trump non può essere come l’Italia”? Dopo aver tracciato le terribili fasi iniziali dell’epidemia in Italia, Krugman è passato a descrivere la famosa inefficienza della burocrazia italiana, l’elevato debito pubblico, e la tendenza italiana a non rispettare sempre le regole. Eppure il Premio Nobel ha sottolineato come, a dispetto di tutto ciò, l’Italia sia riuscita a contenere l’epidemia in tempi rapidi e abbia fornito un esempio al resto del mondo. In fondo, come ci ricorda egli stesso, l’Italia ha sofferto così tanto perché è stata colpita prima di altri. In altre parole, perché tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo, quando l’infezione iniziava prender piede nel Nord, si sapeva poco o nulla di essa, o di come fosse meglio gestirla. La gestione italiana del COVID-19, una volta compreso cosa fosse necessario fare, è servita a molti altri Paesi, diversi dei quali hanno poi avuto un numero tristemente maggiore di morti in rapporto alla popolazione (si pensi a Spagna, Regno Unito, Andorra, Perù, e Belgio, per non parlare di quegli Stati i cui dati sono meno credibili).

Più recentemente, è stato Jason Horowitz del New York Times ad analizzare il caso italiano, assieme alla grande differenza tra la gestione di Roma agli inizi dell’epidemia e quella degli ultimi mesi. Nel suo articolo del 31 luglio scorso, il giornalista statunitense scrive che “dopo un inizio di grande difficoltà, il Paese è passato dall’essere un paria al diventare un modello, per quanto imperfetto, di come contenere il virus, con lezioni sia per i suoi vicini che per gli Stati Uniti”. Sottolineando come circa la metà delle infezioni e dei decessi sia concentrata in una sola regione tra le 20 del Paese – la Lombardia – Horowitz spiega come oggi l’Italia abbia uno dei tassi di decessi più bassi del mondo. Nel suo articolo, inoltre, si pone molta enfasi sul fatto che Roma abbia deciso di seguire le indicazioni di medici, scienziati, e politologi esperti di politiche sanitarie, lamentando invece un approccio del tutto differente dall’amministrazione di Washington. Nella sua conclusione, Horowitz chiede di tenere alto il livello di attenzione contro negazionisti del virus e politici che sfruttano la comprensibile frustrazione delle persone per scopi elettorali, e si auspica che altri Paesi possano seguire il modello italiano.

È di pochi giorni fa, infine, l’articolo di Latika Bourke, pubblicato sul Sydney Morning Herald il 21 agosto. La giornalista australiana, conscia della decisione semi-autoritaria del governo australiano di impedire non solo gli ingressi, ma anche le uscite dall’Australia, ha scritto di essersi sentita più benvoluta in Italia che nel suo stesso Paese. In viaggio verso la Puglia dal Regno Unito, ha fornito una descrizione dettagliata del viaggio in aereo, delle misure di controllo, e del rispetto di esse da parte dei viaggiatori, rimanendone molto colpita. Una volta raggiunto il mare, ha descritto ai lettori australiani l’abitudine europea di utilizzare i lettini da spiaggia, il che rende facile calcolare il numero massimo di persone che possono entrare in spiaggia nel rispetto delle norme vigenti. Bourke ha concluso dicendo che il suo viaggio in Italia ha rappresentato la prova di come si possa convivere con il virus in sicurezza.

Una storia a lieto fine, dunque? Non proprio, dal momento che non può esistere un finale allegro per questa pandemia, non con tutta la sofferenza che ha creato. È tuttavia possibile – doveroso, anzi – imparare a rialzare la testa in maniera intelligente e sicura, imparando dagli errori commessi, stabilendo regole chiare per eventuali situazioni analoghe, e potendo così pensare più serenamente al futuro. L’esperienza italiana volge in tal senso, e non deve dunque sorprendere che, dopo mesi estremamente cupi, il mondo inizi a vedere l’Italia come un esempio utile di chi è caduto per primo, ma per primo si è anche rialzato.

 

*Il Dr. Gabriele Abbondanza è ricercatore e docente di politica e relazioni internazionali presso il Department of Government and International Relations, University of Sydney. E’ Vicepresidente della Dante Alighieri Society Sydney